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giovedì 13 dicembre 2007

età evolutiva e genitorialità

professione: docente, educatore.

- approfondimenti -

La genitorialità è una funzione che ha il precipuo obiettivo di garantire il mantenimento della specie.
Da un punto di vista psicologico, essa si attiva ed evolve come funzione relazionale autonoma basata su rappresentazioni arcaiche interattive dei genitori evocate nell' hic et nunc della relazione con un determinato bambino, che con il proprio personalissimo bagaglio, le riattiva in maniera diversa e modulata, in situazioni e tempi successivi della vita (Lebovici, 1983).
Si tratta di una funzione di importanza centrale nello sviluppo dell'individuo, in quanto luogo delle origini, rispetto alla nascita del bambino, ma anche luogo all'origine, cioè assai arcaico e precoce nella vita psichica e fisica.
Da un punto di vista generale, la genitorialità è anche una funzione processuale dell'essere umano che si sviluppa indipendentemente dall'essere genitore. Il desiderio di "prendersi cura di" qualcun altro è un desiderio che si manifesta precocemente e che trova espressioni diverse a seconda delle modalità immaginative e rappresentative che sono a disposizione dell'individuo nei vari momenti dello sviluppo; i primi abbozzi comportamentali di tale funzione si evidenziano nel momento stesso in cui il bambino piccolissimo nel seggiolone imboccato dalla mamma, per identificazione con l'adulto che lo cura e rendendosi conto delle necessità alimentari di chi lo nutre, prende il cucchiaio con cui è nutrito e tenta a sua volta di imboccarlo. Negli anni il bambino svilupperà tale funzione progressivamente, giocandola su un piano fantasmatico e concreto, tramite continue identificazioni con gli adulti di riferimento e con il gruppo dei pari (Fava Vizziello, 2003).
I numerosi significati collegati alla genitorialità sono imprenscindibili dalla comprensione di alcuni aspetti dello sviluppo, delle capacità relazionali e dell'adattamento sano o psicopatologico dell'individuo al proprio ambiente (Simonelli, Zancato & Calvo, 2000).
Difatti, di recente la Genitorialità, riconosciuta per la sua centralità e valenza relazionale, è diventata finalmente uno degli aspetti dell'individuo oggetto di valutazione nei Servizi.

Ma perché abbiamo associato nella stessa area tematica l'argomento Genitorialità e quello Età evolutiva?

In questa scelta si dischiude il nostro orientamento teorico e il nostro modo di intendere questi aspetti / fasi dello sviluppo umano.
La genitorialità rappresenta una situazione evolutiva strettamente legata alla storia infantile ed adolescenziale: la capacità di effettuare costruzioni preconsce sul funzionamento genitoriale dei propri genitori costituisce un importante presupposto rispetto all'elaborazione di progetti e desideri riguardo alla propria genitorialità e influenza le modalità di accudimento, l'interpretazione degli stati emotivi e dei bisogni del proprio bambino. L'evidenza che la genitorialità rappresenta la continuità dell'esperienza familiare o una sorta di opposizione ad essa è alla base degli interventi psicoterapeutici sui conflitti della genitorialità messi in atto da alcuni autori.
Come ci suggerisce la Teoria dell'Attaccamento, sulla base delle interazioni ripetute con le principali figure d'accudimento il bambino costruisce la propria rappresentazione di sé, dell'altro e del mondo esterno; per questo pensiamo che i genitori abbiano una fondamentale importanza nell'organizzare la personalità del bambino, e ci chiediamo in che modo una genitorialità disturbata possa correlarsi con l'eventuale evoluzione patologica dei figli.

In altre parole, la genitorialità e l'età evolutiva rappresentano due momenti del ciclo di vita fortemente interconnessi e interagenti tra loro. I due individui in gioco, il caregiver e il bambino, seppur distinti nella loro individualità personale e di ruolo, sono da noi considerati in ugual misura attivi partner co-costruttori della stessa interazione.
Tra i protagonisti di quest'interazione, esiste una circolarità di influenzamenti e adattamenti reciproci che rendono la diade genitore-bambino o la triade mamma-papà-bambino quali unità di funzionamento interattivo che rendono fortemente interdipendenti lo sviluppo psicologico e fisico del figlio e quello del genitore nella sua funzione genitoriale e di adulto. Infatti, la funzione genitoriale così come esercitata dal genitore può avere molteplici influenze sia sullo sviluppo della prole in generale che sulla modalità in cui verrà interiorizzata ed esercitata a sua volta la funzione genitoriale dei figli. Allo stesso modo, lo sviluppo e le caratteristiche del figlio hanno degli effetti importanti sulle modalità di assunzione della funzione genitoriale e dell'integrazione di questo ruolo nella propria identità globale di adulto.
In ambito clinico è possibile pensare che se a volte i disturbi gravi della relazione madre-bambino derivano dalla conflittualità genitoriale preesistente, altre volte vengono provocati dalle caratteristiche del bambino e dalle vicende perinatali che rendono il genitore "perturbato e perturbante" (è quello che può succedere, ad esempio, nei genitori di figli prematuri e affetti da handicap), altre volte ancora dal contesto di vita in cui si colloca la loro relazione.
È proprio allo studio di questa complessità che vuole essere dedicata tale sessione.

A cura di
Mariateresa Cataldi, Silvia Casari

APPROFONDIMENTI

Genitorialità difficile in famiglie mutliproblematiche: vulnerabilità e resilienza nella Rochester Longitudinal Study e nella Health Research Network - Georgios Poulidis
La vulnerabilità e la resilienza sono due concetti determinati da una moltitudine di fattori interagenti che spesso è difficilissimo isolare e studiare. In un groviglio di interazioni a catena e di circoli viziosi o benigni che portano alla psicopatologia o alla "normalità" sembra che la funzione genitoriale sia quella con il maggior peso sullo sviluppo, più di ogni altra. Avere una personalità con un Sé resistente alle difficoltà e alle avversità che non ceda allo stress o all'angoscia in maniera eccessiva è una cosa che "si trasmette" ai figli attraverso la costruzione di una base sicura sulla quale si può immaginare, sognare, allontanarsi e ritornare (Bowlby, 1980; Alvarez, 1992; Waddell, 1998), attraverso il radicamento della convinzione che "la vita merita di essere vissuta" (Winnicott, 1958), come hanno messo in luce molti studi della prospettiva psicoanalitica e della teoria dell'attaccamento.

Superata la teorizzazione bio-medica della psicopatologia, il mondo scientifico ha volto la sua attenzione alla multifattorialità e alle innumerevoli interazioni tra l'ambiente e il bagaglio genetico per riuscire a comprendere l'evoluzione delle malattie mentali. Così ci si è concentrati a studiare i fattori e i meccanismi che determinano le difficoltà evolutive ponendo in rilievo la direzione verso la quale opera un fattore che può essere una direzione di rischio oppure di protezione. I ricercatori della Rochester Longitudinal Study (RSL) investigarono sul ruolo della malattia genitoriale, dello stato sociale e di altri fattori di carattere cognitivo e sociale presenti nella famiglia di origine, che avrebbero potuto costituire fattori di rischio per lo sviluppo dei bambini. Le ipotesi principali furono: i comportamenti devianti dovevano essere attribuiti (a) alla specifica diagnosi della madre; (b) alla malattia mentale in generale ma non legata alla diagnosi ricevuta, e (c) allo status sociale ed economico, per esempio situazioni di minoranza etnica o di altro tipo. Il campione composto da 337 famiglie era eterogeneo in molte sue caratteristiche e dimensioni e furono presi in considerazione tre gruppi diagnostici e uno di controllo, non patologico.
La prima ipotesi ha ricevuto poca conferma contrariamente alla seconda e alla terza che sono state ampiamente confermate. Come i rilevamenti legati alla psicopatologia della madre così anche gli effetti dello status socio-economico erano evidenti nei primi 4 anni di vita.

Sul versante della Health Research Network, Michael Rutter spostò l'attenzione del rischio e della protezione in età evolutiva, dai fattori ai meccanismi psicologici e sociali che possono funzionare nell'una o nell'altra direzione. E questo perché ha scoperto che lo stesso fattore poteva avere dei risvolti positivi o negativi secondo il modo e il contesto in cui veniva attivato. Secondo questa teorizzazione i nostri interventi con le situazioni di genitorialità difficile devono cercare di cogliere questa "meccanica del rischio e della protezione", da una parte amplificando i tratti positivi della personalità dei genitori e dei figli e dall'altra riducendo l'incisività di quelli negativi. Nel far ciò Rutter ha ipotizzato 4 meccanismi protettivi da mettere in atto nei nostri interventi a qualsiasi livello terapeutico o educativo:

1. la riduzione dell'impatto del rischio, alterando la natura del fattore di rischio stesso o perseverando il bambino dall'esposizione ad esso.

2. l'intervento sulle reazioni negative a catena, ovvero sulla formazione dei circoli viziosi

3. il radicamento e il mantenimento dell'autostima e dell'efficacia individuale nel fare le cose nella vita autonomamente.

4. la costruzione di prospettive di vita.
La protezione non risiede nella chimica psicologica del momento ma nel modo in cui le persone affrontano i cambiamenti della vita e nel modo in cui fronteggiano le angosce e le avversità. Osservando con attenzione quel che la situazione ci suggerisce e i meccanismi, oltre che i fattori che sono in gioco, possiamo intervenire cambiando una traiettoria evolutiva compromettente in una con maggiori possibilità di successo.

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